giovedì 5 giugno 2014

MOSE DIVIDE LE TANGENTI


In questi giorni gli scandali di corruzione continuano ad emergere grazie all’azione costante della magistratura, cosicché è lecito chiedersi quale diga serva per porre fine a questo cancro sistemico della nostra società. Di sicuro non le dighe mobili del Mose, il faraonico e discutibile progetto che dovrebbe salvare Venezia dallo sprofondare nella laguna. Un’opera che dopo un decennio di studi e lavori ha prodotto solo 4 delle 78 paratie mobili previste. Eppure soldi ne sono annegati tanti nel Mose, inclusi fondi europei, concessi a dismisura.

Il Mose non è un patriarca biblico, anche se, per realizzarlo, i tempi un po’ biblici lo sono stati, visto che la sua realizzazione è partita nel 2003 e pare che si sia solo all’80% della costruzione.

Spesso, i “nostri” politicanti e i “grandi” imprenditori ci spiegano come, per rilanciare l'economia, sia necessario abbattere il costo del lavoro. A partire dai salari che costano troppo per arrivare alle privatizzazioni dei servizi (dalla sanità alla scuola) e di quel che rimane dell'industria pubblica. Lo Stato sociale e i diritti costituzionali, per “lorsignori”, sono “una palla al piede” che impedisce la “ripresa” e la “crescita”. E, allora, tutti a ribadire che ci vogliono le “riforme” istituzionali, che bisogna “snellire” lo Stato, che è necessario aumentare l'età pensionabile perché, altrimenti, il sistema crolla, che si devono tagliare i lacci e i laccioli che frenano la possibilità di “fare impresa”. Ma, davanti a tanti e tali esempi di corruzione e di collegamenti perversi tra affari e politica (i “loro affari” e la “loro politica”) come si può continuare con quella menzogna? I veri costi che gravano sul paese e, quindi, su ogni cittadino onesto, gli sprechi reali che affossano l'economia italiana, sono l'evasione fiscale, le speculazioni, le delocalizzazioni selvagge, le tangenti e la corruzione dilagante. Un sistema criminale che impoverisce il nostro paese e arricchisce i soliti furbi. Ed è inutile che Renzi, come riferisce il presidente dell'autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone a una radio, sia "turbato dalla vicenda” e che “questi due scandali (Expo e Mose) non fanno certo bene all'immagine del Paese". Non è una questione di immagine, ma di sostanza, di sistema. È un sistema sbagliato e irrimediabilmente malato che è necessario abbattere.

Alla luce di questi fatti, mentre è in itinere l’annuncio di un tal decreto ‘Sblocca Italia’, che dovrebbe far ripartire le Opere Pubbliche incagliate, sarebbe bene che l’impetuoso ragazzo fiorentino concepisse anche dei metodi perché questa nuova occasione non si trasformi in un immenso bunga bunga tangentizio.

Con una credibilità così ridotta, le imprese straniere  ci penseranno bene, prima di investire capitali nel Belpaese.

sabato 17 maggio 2014

LA CITTA METROPOLITANA, UNA COSA DA FARE?

Questa mattina, anziché tornare a casa per riposare, dopo dieci ore di onorato lavoro, ho deciso di farmi del male, e partecipare all'ennesimo incontro sul tema "la città metropolitana".
Chissà, mi son detta, questa volta, sarà la volta buona, potrò finalmente portare a casa delle risposte, potrò mettere chiarezza in un mare di confusione, ma purtroppo la confusione è rimasta e anche la consapevolezza che la nascita della città metropolitana sarà una supposta infilzata nelle nostre terga con malcelata e sadica soddisfazione  da parte di una classe dirigente ottusa e ormai evidentemente lontana dalla realtà e dalla concreta percezione che i cittadini hanno nei suoi confronti, da beatamente fottersene del buon senso e di una sia pur minima concezione del bene comune, una classe politica che ormai guarda al giorno per giorno, all'ora per ora, senza una visione prospettica d'insieme rivolta al futuro.
Tutto assomiglia al famoso gioco delle tre carte.
Chi non è amante dell’impareggiabile originalità napoletana non riesce, nonostante tutto, a non gettare un occhio, incantato davanti a quel teatrino di strada quasi perfetto che è il gioco delle tre carte.
Il gioco delle tre carte applicato alla politica, invece, non ha affatto la stessa magia e, quel che è peggio, non è una scelta volontaria.
La donna vince il fante perde, segui la donna! e tutti lì a fissare la carta magica: i costi della politica, i privilegi della casta.
Aboliamo le province.
Finché le carte non vengono scoperte e la regina non c’è più, e si scopre che le province non sono abolite ma semplicemente rivisitate, per dare più potere a quei sindaci che, con tendenza al politichese di carriera, lasciano ben volentieri i problemi di paese per votarsi alla gestione di poteri più importanti e luminosi verso la scalata a Montecitorio,
con il rischio  di rimanere a metà del guado o meglio a mezz'aria con province più leggere, acefale e svuotate di competenze ma di fatto immortali..
Ma l'Europa ce lo chiede!!!! Perché dobbiamo fare un balzo in avanti verso una dimensione, che possa fare rete, insomma .........oggi tutti d'accordo che la città metropolitana è una cosa da fare, perché è una cosa buona e giusta.
E quindi, nella migliore tradizione italiana, sta già diventando una cagata pazzesca come scriveva qualche mese fa un vecchio amico.

venerdì 9 maggio 2014

IL BENE COMUNE

 


Esiste un luogo, che sia città, paese o villaggio, dove il bene comune e il rispetto reciproco tra concittadini siano messi all'ordine del giorno?
Il vero problema è che chi attua le leggi non accontenta il volere di tutti, così ci sarà sempre qualcuno insoddisfatto di ciò che è stato deciso. Ma questo non toglie che nascano nuove idee per migliorare nel quotidiano, cominciando dalle "piccole cose", come si suol dire, si può perfezionare l'estensione del benessere comune.


Cosa distingue il bene comune dall'interesse generale? Il bene comune trova i propri criteri di bene, l'interesse generale se li dà, il bene comune è un concetto morale.
 La morale indica un dover essere, ci dice come vivere, cosa fare, come agire, come scegliere......ma su che basi? Sulla base di quello che siamo, da cui scaturisce anche il nostro fine, ossia quello che dobbiamo essere. Ma quello che siamo e quello che dobbiamo essere non lo decidiamo noi, ci è dato, ci precede. Il bene comune ha bisogno di criteri di bene che lo precedono. L'interesse generale, invece, chiede ai singoli cittadini cosa intendono per bene comune e poi fa la somma, oppure trova un comune denominatore, togliendo qualcosa a chi ha di più per darlo a chi ha di meno.
Il bene comune non è quindi una somma di beni, ma il tutto ordinato, la vita buona della comunità.
 


Bisogna anche tenere presente che il bene comune non implica una uguaglianza di fatto tra i cittadini. Gli uomini sono uguali in dignità, ma l'egualitarismo che pretende di uniformarli di fatto è una ideologia assolutamente da respingere. Il bene comune non consiste nel distribuire la torta in parti uguali e dare ad ognuno la sua fettina. Quando si fa così si potenzia il potere centrale ed uniformante, si crede di avere un bene comune, ma è solo una camicia di forza. Il bene comune è una sintonia. Non c'è un bene comune uguale per tutti, ogni famiglia ha il proprio, ogni comunità locale ha il proprio. Il bene comune non si impone dall'alto, dagli uffici comunali o dai ministeri, si crea dal basso secondo il principio di sussidiarietà. Un assessore ai servizi sociali che monopolizza l'azione spontanea della società civile verso il disagio sociale non fa il bene del comune.
Perciò in un comune  sarebbe necessario che ognuno avesse il suo contento: a partire dai bambini con centri di gioco, per proseguire con gli anziani cui assicurare luoghi d'incontro e occasioni di discussione, un ricambio naturale e generazionale nel mondo del lavoro e delle professioni.
Perciò un paese perfetto o quasi può esistere e si può costruire, solo se si mettono in pratica queste cose, che però sono fondamentali per mutare la situazione della maggior parte dei nostri centri abitati e del vivere collettivo.

lunedì 5 maggio 2014

IKEA FACCIAMO CON COMODO............


Qualcuno sostiene che le dimissioni dell’assessore Ferrè non risolvono il problema, secondo me, l’immobilismo dell’attuale giunta è un atto gravissimo nei confronti di un problema, IKEA, che per la città di Legnano sarà devastante in termini di traffico, occupazione e inquinamento.
La stampa ha sottolineato le varie fasi di un confronto iniziato tra i banchi di Palazzo Malinverni e proseguito in gran parte nelle cronache giornalistiche successive.
Comincio proprio dai giornali, che riportano di una riunione di preconsiglio comunale convocata dopo tempi immemori dal PD per trovare una linea comune, e dalle "voci"(e quindi non dimostrabili, per quanto probabilmente fondate) che davano l'intera maggioranza in fibrillazione sin dalla presentazione dell'odg su Ikea.
Date queste premesse, arrivati in aula la tensione era palpabile.
Però non è  avvenuto il confronto che io avrei auspicato su Ikea. Nel prosieguo del Consiglio è avvenuta poi la bagarre innescata dalla decisione della maggioranza di non anticipare la discussione su Ikea, a mio modo di vedere una scelta discutibile ma ineccepibile che di fatto ha reso monco il dibattito.
Infatti oltre alle assenze nella maggioranza cui sono mancati ben quattro consiglieri, una parte della minoranza ha scelto di abbandonare l'aula.Il numero legale è stato mantenuto da due consiglieri di minoranza uno dei quali intervenuto e poi assentatosi a sua volta.
Ne è scaturito un monologo della maggioranza ammantato di responsabilità e buoni sentimenti da parte degli intervenuti al dibattito, che si è concluso con un voto contrario all'ordine del giorno. Il che si traduce nel fatto che la posizione dell'amministrazione sul consumo del suolo nel caso ciò avvenga cento metri oltre il nostro confine cittadino, non si conoscerà fino a quando non sarà pronta a farlo sapere.
Ma la mia domanda è quando avrà intenzione di farlo sapere?
Gli amministratori, ed in particolare in questo caso l’Assessore Ferrè, hanno mantenuto una posizione attendista nella speranza di poter essere ammessi ad un tavolo al quale si capiva bene fin dall’inizio che nessuno aveva intenzione di fare partecipare un soggetto terzo che, considerando il fatto che da questo progetto subirà solo le peggiori conseguenze, non avrebbe avuto alternative se non quella di schierarsi contrario.
Cosa facciamo continuiamo ad attendere, con comodo, oppure cerchiamo di opporci con ferma decisione?
L’attuale amministrazione ha sbagliato, l’assessore Ferrè ha sottovalutato il problema, chiederne le dimissioni forse è il minimo.

 

mercoledì 23 aprile 2014

DA DOVE SIAMO PARTITI?



Mi piacerebbe ricordare a tutti da dove siamo partiti, da cos'era e da cos' è il m5s.

Il Movimento 5 stelle è una libera associazione di cittadini.

Non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro.

Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee.

Vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo e indirizzo normalmente attribuito a pochi.

Un giorno 163 "cittadini qualunque" sono entrati nelle istituzioni, hanno preso il posto dei politici di professione, di estrazione partitica, affermando che destra e sinistra sono categorie superate e che rossi e neri sono uguali, tutti ugualmente colpevoli, di fare parte di una casta ingorda e incapace.

Può darsi che queste affermazioni siano temerarie. Ma è innegabile che molti politici di tutti i partiti si siano impegnati parecchio per avvalorarle.

 Può anche darsi, che il modello organizzativo e il metodo della democrazia diretta, sia difficile da attuare, anche se reputo non impossibile.

Inoltre, può darsi, ancora che i 163 cittadini parlamentari,  inizialmente fossero dei dilettanti allo sbaraglio. Ma è anche vero che, a oggi, nessun partito da voce al cambiamento come il M5S e che pochi nel  Parlamento italiano mostrano una coerenza tale come i nostri eroi, perché più che dilettanti io li definirei  eroi.

Possiamo dire che tutto va male, che il metodo è sbagliato, che il programma va meglio condiviso, che Grillo e Casaleggio comandano le nostre menti, guidano i nostri pensieri, rendendoci soldati in mano al loro potere.

Ma io da cittadina, non mi sono mai sentita così libera, libera di credere, libera di contestare, libera di organizzarmi e di poter entrare all’interno di quelle istituzioni, ritenute le cattedrali per pochi benpensanti, categorie superiori, politici avviati.

Io credo ancora nel m5s, io voto m5s.

venerdì 4 aprile 2014

TE LA DO IO LA PROVINCIA


Adesso vi racconto una favoletta…….C’era una volta il ddl Province, sul quale il governo  decise di porre la questione di fiducia, all'esame del Senato. Nessuno però sapeva che questo ddl era un vero e proprio imbroglio. Una legge truffa costruita da  Sir Graziano Delrio durante il governo Letta e portata avanti anche dal nuovo presidente del Consiglio mago Matteo.
Questa nuova legge, bisogna spiegarlo con forza e determinazione all'opinione pubblica, non abolisce affatto le province, ma crea enti di secondo livello: in poche parole ''trasforma" le Province in ''enti di area vasta", li sottrae alla rappresentanza democratica, escludendo ogni tipo di elezione diretta, con l'obiettivo di rendere le nuove province e le nuove citta' metropolitane assemblee monocolore. Che non semplifica e non sburocratizza, ma aumenta il disordine sulla gestione dei servizi, creando nuovi problemi, come se non bastassero quelli gia' esistenti, a imprese e cittadini. Il tutto senza alcun risparmio rilevante per le casse dello Stato. Una vera e propria fregatura perpetrata con il solo scopo di conquistare potere politico a livello locale.
 Dunque i cittadini non eleggeranno più nessuno, ma le province resteranno. Così come non ci sarà nessun taglio dei politici ma un aumento. Perché, nello stesso provvedimento, si aumentano i consiglieri comunali e assessori dei comuni sotto i 15 mila abitanti. In sintesi, avremo tremila tra consiglieri e assessori provinciali in meno ma 30mila politici in più nei comuni.
Le critiche alle quali si presta il disegno di legge voluto ed elaborato da Sir Delrio, sono sacrosante, in quanto, questo caos istituzionale,  non riuscirà ad ottenere nessuno degli obiettivi posti e propagandati ma al contrario, sarà fonte, dovesse rimanere com’è scritta, di risultati totalmente opposti: incremento di livelli di governo, incertezza sulle competenze e funzioni, risparmi irrisori o totalmente bruciati dalla confusione posta.
 Senza parlare, poi, dei problemi di lesione al principio democratico.
 In ogni caso, non si capisce come sarebbe possibile che lo spostamento (così complesso e contraddittorio) delle funzioni e competenze delle province possa consentire risparmi di spesa: visto che le funzioni sono traslate dalle province alla marea di enti che dovrebbero subentrare e che il ddl impone di assegnare a tali enti le risorse umane, finanziarie, strumentali e patrimoniali necessarie allo scopo, risulta chiaro che non potrà esservi risparmio alcuno: la spesa, quella stessa spesa oggi movimentata dalle province, sarà movimentata da altri enti. In effetti, allora, l’unico effetto quantificabile di risparmio sulla spesa pubblica derivante dal disegno di legge si ottiene sui costi propri della politica: indennità e gettoni di presenza, che sarebbero eliminati, visto che tutte le cariche delle province e delle città metropolitane sarebbero gratuite.
Il risparmio, che in ogni caso non emerge dal testo normativo dunque, sarebbe di 104,7 milioni di euro. Lo 0,0130 della spesa pubblica.
Ma, occorre sottolineare, che si tratta di un risparmio teorico. Infatti, non verrebbero meno i rimborsi spese per le sedute dei vari organi assembleari previsti dalla norma, la cui possibile moltiplicazione, se si attivassero le unioni dei comuni, potrebbero comportare costi rilevantissimi.
Come sarà il percorso del disegno di legge?
a)  lasciare in vita 10 province, che prenderanno il nome di città metropolitane e rischieranno di essere il prolungamento delle politiche del capoluogo, a discapito degli altri comuni;
b) lascia in vita le altre 97 province, sia pur svuotate, ma con la possibilità che il loro svuotamento sia parziale e molto differenziato a seconda che le regioni legiferino o meno sul trasferimento delle competenze ai comuni e unioni di comuni o, ancora, a seconda che comuni, unioni e regioni deleghino o meno funzioni alle province;
c) consentire alle regioni di gestire direttamente alcune delle competenze provinciali.
Occorre, allora, correggere radicalmente il tiro, perché così com’è il disegno di legge è solo fonte di uno dei più disastrosi caos.
Questa favoletta, non raccontatela ai vostri figli, ci potrebbero restare male. Restiamo in movimento

giovedì 3 aprile 2014

CI SONO HOUSE E HOUSE


Nei nostri Comuni, la gestione delle reti e l'erogazione dei servizi pubblici locali è quasi sempre a carico delle cosiddette società "in house" che sono società a capitale interamente pubblico.
Non tutti, sanno però, che tra i principali evasori fiscali, vi sono proprio queste società a partecipazione pubblica.
L'agenzia delle entrate, ha proposito di tali tipi di società, ha precisato che esse svolgono in ogni caso attività rilevante agli effetti dell'IVA, quindi il compenso versato dal Comune per l'affidamento dell'attività di gestione dei servizi è soggetto a tassazione.
Peccato, che l'IVA su queste prestazioni non venga pagata, comportando evidenti violazioni fiscali, tanto più gravi in quanto perpetrate da enti pubblici e con inevitabili riflessi anche in ordine ad eventuali illeciti contabili.
Comunque nel caso in cui questi soggetti decidessero di pagare il dovuto, a pagare sarebbe sempre e solo, ancora, il cittadino, con un aumento delle imposte e con minori servizi.
Ma siccome l'IVA è un tributo comunitario, non si può semplicemente prendere atto della situazione  e dire che tali prestazioni non sono soggette ad IVA.
 D'altronde una domande sorge spontanea, perché se è stato confermato che tale tipo di attività è soggetta ad IVA , la società in house ( anche se a capitale pubblico ) deve godere di una sorta di esenzione di fatto, mentre,  il cittadino "qualunque", se mai decidesse di non pagare l'IVA , si ritroverebbe un bell'accertamento con tanto di sanzioni ed interessi?
 Perché diciamolo, ci sono house e house.